Facciamo la Pace: la lezione africana di Doudou Diouf sul Toguna e sul rispetto reciproco

Il mese scorso, Doudou è stato invitato a Castelbuono, durante la manifestazione “Sapori senza Frontiere”, per parlare di Pace e condividere la sua esperienza di vita in Africa — un continente che, troppo spesso, viene raccontato solo come luogo di guerre e di conflitti.

Le sue parole hanno aperto finestre su un mondo che conosciamo poco, un mondo che continuiamo a osservare con uno sguardo profondamente occidentale, spesso distorto.

La prima cosa che ha detto, durante il dibattito, è stata semplice e folgorante:
“Parliamo tanto di Pace, ma raramente la facciamo. Non la pratichiamo. Non facciamo nulla perché davvero esista.”

Da qui è iniziata una riflessione che ci ha condotti indietro nella Storia — la Storia dei popoli africani sottomessi e schiavizzati — e che ha toccato un punto essenziale: la giustizia e la reciprocità.

Per esempio, se noi, in Occidente, abbiamo bisogno delle materie prime che si trovano nel sottosuolo africano, perché continuare a prenderle con arroganza e prevaricazione?
Perché non entrare semplicemente in dialogo, aprire una contrattazione, riconoscere un valore e un prezzo giusto?

Un gesto così semplice cambierebbe tutto: due parti soddisfatte, nessuna umiliazione, nessuna “superiorità” data dal potere economico o culturale.
Eppure la Storia ci ha mostrato altro: in cambio di uno specchietto o di un paio di calze, si portavano via oro e diamanti. Ma quei tempi devono finire.
Non possiamo più pensare all’Africa come alla terra degli “zulù” — parola che, purtroppo, ancora oggi usiamo per indicare ignoranza o arretratezza.

Doudou ci ha fatto riflettere su un fatto che, per molti di noi, è sorprendente: nella loro Storia, la guerra, lo scontro, la violenza non sono parte della cultura originaria.

Per spiegarlo, ci ha parlato del Toguna, una sorta di “palazzo di giustizia” tradizionale presente in ogni villaggio del Mali, nel Paese Dogon.
Un luogo sacro, impregnato di spiritualità animista, dove ogni oggetto e ogni forma hanno un significato simbolico profondo.

I pali che sorreggono il tetto, scolpiti con figure di fertilità, rappresentano il futuro della comunità e il numero delle etnie del villaggio, così che nessuno si senta escluso.
Ma il dettaglio più affascinante è l’altezza del soffitto: così bassa da costringere tutti a piegarsi per entrare e a restare seduti durante le discussioni.
Lì dentro, nessuno può alzarsi per imporsi sull’altro.
È una lezione silenziosa di umiltà e rispetto. Un modo per disinnescare la violenza prima ancora che nasca.

Nel Toguna si affrontano le questioni più delicate: conflitti, diverbi, decisioni collettive.
Prima di entrare, ognuno giura di dire la verità. Poi ci si siede in cerchio — tutti sullo stesso livello — con il più anziano che guida la discussione, ma senza mai elevarsi sopra gli altri.

È un esercizio di democrazia e ascolto che coinvolge tutta la comunità: gli uomini, i bambini — invitati per imparare la convivenza — e perfino gli ospiti, accolti nel luogo più sacro del villaggio.
Perché nel Toguna, prima di tutto, si fa la Pace.

Ogni sette anni, l’intera comunità partecipa alla ricostruzione del Toguna. È un rito collettivo che rinnova non solo l’edificio, ma anche il legame tra le persone.

E allora sì: fare la Pace è molto più potente che parlare di Pace.
Doudou lo sa bene: alle parole preferisce l’azione.
E il suo esempio ci invita, ognuno a modo suo, a piegarci un po’, a sederci, e finalmente… a cominciare a farla davvero, la Pace.